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I piatti UFIP non sono dei semplici strumenti musicali. Sono delle opere d’arte fatte a mano. Per questo e non solo per il fatto che sono un loro endorser, si meritano pienamente una pagina in questo sito.

Ad iniziare dalla fusione con un procedimento brevettato chiamato “rotocasting” nel quale il bronzo viene fatto ruotare quando è ancora fuso e si distribuisce in modo eguale in ogni punto del piatto, proseguendo con la tempra usando fuoco, sabbia e acqua, la tornitura, la martellatura a mano e la stagionatura per un periodo che può arrivare a più di un anno, la UFIP è a mio parere la migliore marca costruttrice di piatti musicali a livello mondiale.

Non è un mistero quando hai la fortuna come me di vedere i documenti originali della UFIP dove sin dall’inizio del secolo scorso alcuni “mostri sacri” dell’industria dei piatti comperavano piatti UFIP per poi rivenderli con la loro marca. Non faccio i nomi per ovvie ragioni, ma si tratta proprio delle marche che vi sono passate in mente. Pazzesco ma vero.

Marche che magari preferiscono spendere miliardi in marketing piuttosto che intraprendere una tradizione di artigianalità che è tipica degli strumenti di alta classe, tipo Stradivari, Amati ecc., strumenti Italiani leader nel mondo da secoli.

Ho visto i documenti di Giuseppe Verdi che acquistava piatti UFIP per la sua orchestra sinfonica. Nel Nabucco e nell’Aida c’erano piatti UFIP sin dall’inizio.

Ho visto con i miei occhi la cura che viene messa in ogni singolo piatto. Per chi ama la batteria questa è un’operazione che ha del commovente.

E quandi li suoni te ne accorgi.

Il profilo del piatto è come dovrebbe essere: più sottile ai bordi e più spesso verso il centro, cosa che è impossibile con i piatti “fatti a mano” che si trovano a bizzeffe nei cataloghi dei negozi di strumenti musicali. La tornitura li sgrezza fino a che non si ottiene un esatto rapporto di spessore tra il bordo e la campana.

Purtoppo molte altre marche “famose” usano lastre che vengono stampate sulla forma tipica del piatto e, avendo il piatto la forma tipica con una campana al centro, finiscono con avere un profilo al centro più sottile, che ruba il 50% degli armonici che un piatto professionale deve avere, in quanto per creare la campana si fa estendere il metallo e lo si rende più sottile.

E come qualsiasi batterista professionista ti potrà dire, i piatti UFIP, come solo i piatti di altissimo livello possono fare, migliorano con l’andare degli anni, mentre gli altri si sfibrando e perdono la brillantezza e il calore.

Quindi gli altri li suoni qualche mese e si spengono. Letteralmente. Provare per credere.

Non esiste un solo piatto che suoni esattamente come un’altro. Io e Roby Vitari dei The Art Of Zapping abbiamo “lo stesso” Ride, un Bionic da 20. Il mio suona più caldo con più armoniche basse in quanto la martellatura è differente. Il suo è più acuto.

Io cercavo da sempre un Ride che fosse non troppo Jazz e non troppo rock, con un ping che fosse definito ma non fosse troppo duro in quanto io suono molti generi musicali, incluso il Jazz. Ho provato Sabian, Zildjian, Istanbul, Meinl, Paiste, Tosco, Zanki ecc. Pensavo non esistesse. Ora ce l’ho. Sono stato in grado di trovarlo solo alla UFIP.

Ho creato un Hi Hat particolare (non disponibile al pubblico, nota bene) che ha un Bionic sul fondo e un Class in cima, il bionic essendo pesante mi dà un forte suono “chick” quando lo suono col piede, mentre il class sopra gli dà un suono aperto molto tagliente e penetrante. Ne uso uno da 13″ a sinistra e uno da 14″ a destra, chiuso.

In aggiunta a questo, e non è una cosa secondaria a mio parere, la UFIP è piena di persone meravigliose e il calore umano unito al classico amabile accento toscano ti fa veramente desiderare di essere la’, a creare piatti per le sonorità che ogni batterista ha cercato, ma difficilmente trovato.

Ho pensato vi avrebbe fatto piacere vedere alcune foto della mia visita alla UFIP, eccovele.

Gigi


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